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Primo pensiero del giorno: chi me lo ha fatto fare? Perché puoi avere tutta la motivazione del mondo ma la sveglia alle 4 resta comunque un trauma.

Sono abituata a svegliarmi circa 4 ore dopo, aprire gli occhi e vedere il buio intorno non dà la carica. Posticipo la sveglia di 5 minuti. Ne ho programmate 4, 4 davvero, perché ho molta paura di spegnerla e cedere all’impulso di girarmi dall’altra parte: vado sempre a dormire verso mezzanotte, ieri sera non c’è stato verso di addormentarmi prima.foto 1

Alla quarta ripetizione – 4.15 – ricordo che mi preparo a questo evento da 2 mesi, che lo vedo come il passaggio ad una nuova vita, che il bradipo interiore con cui ho convissuto per quasi 28 anni sta per essere sconfitto, ancora. Tiro giù i piedi con un gesto meccanico, il cervello dorme ancora. Come un automa mi dirigo verso la finestra per alzare la tapparella, è buio ma almeno non piove.
Come uno zombie mi lavo, vado in cucina e mi preparo – non so come – due fette biscottate con il miele che riesco a mangiare senza versarmi niente addosso. Su una sedia avevo già messo ieri sera tutto ciò che avrei dovuto indossare, continuo a chiedermi chi me lo fa fare? e mi vesto. Ho le scarpe davanti alla porta perché temevo di uscire in ciabatte ma inizio ad acquisire lucidità. Prendo la borsa, chiudo la porta, chiamo l’ascensore e mi preparo ad affrontare questa pazzia.

Viaggio in macchina, camminata e poi corsetta leggera verso in piazza San Carlo, mentre mi avvicino inizio a capire il senso di quello che sto facendo. Arrivo in piazza alle 5.10, mancano 20 minuti alla partenza e intorno a me vedo una marea di gente in maglietta arancione, occhi assonnati e sguardi felici. Qualcuno è venuto in pigiama o in camicia da notte. I minuti passano scattando foto alla folla e agli amici, l’aria è frizzante, c’è un po’ quella sensazione da attesa del pullman per andare in gita con la tua classe alle elementari, sensazione che provavo già ieri sera quando, coricata a letto, non riuscivo a trovare un buon motivo per addormentarmi – nemmeno la sveglia che sarebbe inesorabilmente suonata quattro ore dopo.

Processed with MoldivUna voce al microfono annuncia la partenza imminente…e in pochi secondi inizia la magia. La marea di maglie arancioni diventa un fiume lunghissimo, si parte compatti pestandosi un po’ i piedi e cercando di trovare il proprio passo senza travolgere chi è davanti o intralciare chi è dietro. Farsi spazio è difficile, trovare il proprio posto anche. Corriamo in via Roma, attraversiamo piazza Castello e poi via Garibaldi dove l’effetto imbuto si amplifica. Siamo tutti carichi e freschi perché la gara è iniziata da pochi minuti. La mia app che accompagna ogni allenamento questa mattina ha deciso di non farmi sentire la musica e non ho tempo per fermarmi a capire cosa stia succedendo, tolgo gli auricolari e ascolto il rumore dei passi: 5000 piedi – e qualche zampetta – che battono sulla strada. La sfiga del runner si abbatte su di me dopo nemmeno un km: mi si slaccia una scarpa e questa volta mi fermo davvero ma faccio il doppio nodo e ne approfitto per farlo anche all’altra. Riparto, raggiungo a fatica di nuovo il mio gruppo facendomi strada tra decine di persone. Stiamo insieme per poco, abbiamo ritmi diversi e ognuno prende la sua andatura. È difficile arrendermi all’idea di non riuscire a mantenere il loro ritmo ma basta pensare che solo 2 mesi fa ero un animale da poltrona per sentirmi meglio. Corro da sola ma non mi sento sola, è una sensazione bellissima che non avevo mai provato. Ad ogni passo mi accorgo di avere ancora forza, riesco a procedere senza rallentare, molti mi superano ma io mi sento sospinta e non mi fermo. Macino metri senza accorgermene, dopo un tempo che mi sembra brevissimo mi rendo conto che sono passati già 20 minuti. Mi sento fortissima e vado avanti pensando a quando potrò dire all’arrivo di non aver camminato neanche un secondo.

Piazza Castello, Giardini Reali, Corso San Maurizio, Via Montebello e Via Verdi passano mentre mi sento stretta in un grande abbraccio. Corro e guardo la mia città che si tinge di rosa, la osservo sotto una luce che non avevo mai visto, vorrei fermarmi a fotografare tutto… ma non posso: oggi l’atleta dà un calcio alla giapponese che è in me e mi trascina avanti. Quanto è bella la Mole questa mattina! Quanto è bella Torino all’alba senza traffico!
Attraverso di nuovo Piazza Castello e inizio a sentire un po’ di stanchezza, il bradipo si è svegliato e mi chiede di camminare un pochino, mi dice che sono già stata brava e posso fermarmi… ma non lo ascolto. L’app risorge e sento la voce della mia personal trainer virtuale dire che mancano 1,3 km. Sai che c’è? Io non mollo!

Percorro via Lagrange pensando a come mi sentivo 364 giorni fa durante la scorsa 5.30 a Torino. È stato uno dei periodi più difficili della mia vita, quel giorno in particolare è stato devastante. Non ho corso ma sono arrivata al mattino in ufficio e mi sono messa a guardare le foto che la gente faceva rimbalzare sulle bacheche di facebook. Era un momento che avrei voluto vivere e a cui non appartenevo, osservavo i miei sogni in un monitor con la convinzione di non poterli raggiungere. Questi pensieri mi hanno dato la forza per affrontare gli ultimi 1000 metri. Avrei voluto accelerare in Via Roma ma le mie gambe hanno deciso di non supportarmi più. Sono passata tra le chiese della piazza e poi tra le bandierine del traguardo sentendomi una campionessa. L’orgoglio e la soddisfazione – insieme con le endorfine – hanno raggiunto picchi esagerati. Mi sono commossa perché ho buttato giù un altro muro.
Processed with MoldivOggi sto vivendo la vita che un anno fa non osavo nemmeno sognare e sto diventando la persona che ho sempre desiderato essere. Il mio processo evolutivo è iniziato da un po’ ma da quando corro i cambiamenti sono ancora più tangibili.
Questa mattina io c’ero, so perché l’ho fatto e so che vorrei provare queste sensazioni ogni giorno. Ne mancano solo 364 alla prossima 5.30 e io non mancherò.