Quello che sto per scrivere è forse il post più autobiografico che sia mai uscito su questo blog, è tutto il giorno che mi ronza in testa e devo metterlo nero su bianco…o qualcosa del genere.
Quando ho attivato tempo fa i ricordi di Facebook l’ho fatto perché mi sembrava simpatico ripercorrere a distanza di anni il passato ma il più delle volte quello che trovo è un pugno nello stomaco ed oggi lo è stato di più. 

Ho ritrovato la foto di mio nonno che sorride timido sulla scala in mezzo alle foglie del ciliegio. Se penso a lui non riesco a staccare il ricordo dalla sua terra, dalle sue piante, dalle sue vigne e dal suo trattore. Era un uomo di campagna fiero di quello che aveva costruito e fiero di sé, uno di poche parole e sguardi intensi, occhi blu indimenticabili. Quegli occhi sono l’ultima cosa che mi è rimasta, li ha aperti per me l’ultima sera quando anche sollevare le palpebre era diventato uno sforzo insostenibile, mi ha fissata e li ha richiusi, per sempre. Era orgoglioso di me anche se non me lo ha mai detto, lo scoprivo sentendo quello che mi dicevano gli altri.

È stato per qualche anno il mio papà in prestito, portavo a lui i regali quando non avevo un papà tutto mio a cui farli.
Mi ha raccontato decine di volte delle sue sette patenti e io lo ascoltavo con distrazione pensando “sì, nonno, me lo hai già detto cento volte…” e ora non mi ricordo quali fossero.

Ogni tanto d’estate saliva dall’orto con un’anguria piccola, la tagliava in due con il suo coltello a serramanico che teneva sempre in tasca e facevamo merenda insieme, la finivamo tutta!
Mi piaceva sedermi accanto a lui sui gradini di casa e rubare i piselli dolcissimi che puliva, mi cantava spesso qualcosa o mi raccontava “la storia bela, c’a fa piasi cuntela, t’voli che t’la cunta?” e non finiva mai.
Era un appassionato di ciclismo, pugilato e Sarabanda.
Mi piaceva svegliarmi all’alba per fare colazione con lui che, in barba a tutti i consigli dei nutrizionisti, mi faceva mangiare pane, formaggio e salame crudo. Quanto era buona la fontina vicino alla crosta?
La sua insalata era l’unica che mi piaceva e mangiavo volentieri, nessuno è mai riuscito e mai riuscirà ad eguagliarlo. Averlo vicino mi faceva sentire sicura, con quelle manone scure e ruvide che mi sembravano fortissime, invincibili.
Quando voleva farmi davvero felice mi faceva salire con lui sul trattore e mi portava con lui nella vigna, avrei potuto percorrere centinaia di chilometri lì sopra perché speravo che il viaggio non finisse mai, speravo mi portasse sempre in quella più lontana e poi me ne stavo lì a guardarlo aspettando che mi riportasse a casa.
Mi piaceva tantissimo il periodo della vendemmia, io che ero piccolina stavo seduta nel rimorchio a controllare il lavoro degli altri, la casa si riempiva di gente e adoravo annusare il profumo dell’uva e del mosto; se entro in una cantina e lo sento mi commuovo sempre e mi scende anche la lacrimuccia ogni volta che il suo vicino di casa accende il trattore: il rumore che faceva mentre si arrampicava in salita significava “ora si mangia!” ed è sempre stato un bel messaggio per me!
Usciva di casa col cappello in testa: il bunet o la caplina per andare a lavorare e quello elegante quando andava in paese; li ho conservati entrambi.

Se devo scegliere però il ricordo che più lo rappresenta mi torna in mente l’albero delle ciliegie: ne aveva parecchi e su quello in mezzo al cortile mi aveva montato l’altalena. Me le raccoglieva, me ne appoggiava due coppie sulle orecchie e poi iniziavamo a mangiarle vicini e a fare a gara a chi sputava il nocciolo più lontano – un gioco da principini, insomma. Vinceva sempre lui e a me andava bene così perché era il mio eroe invincibile!